Omicidio della giornalista Cutuli, 24 anni ai due afghani imputati

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La Corte di Assise di Roma ha condannato a 24 anni di reclusione i due afghani accusati dell'omicidio dell'inviata catanese del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, avvenuto il 19 novembre 2001. La condanna in Italia conferma quella comminata all'estero ma ha un altro valore. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 30 anni. C'è stata sin dall'inizio una volontà chiara dello Stato italiano di procedere all'individuazione degli autori di un fatto cosi' grave e c'è un desiderio di giustizia della famiglia e dello Stato per questa valorosa giornalista. Un delitto politico e orribile quello di Maria Grazia. I giudici sono rimasti in camera di consiglio poco più di un'ora e hanno stabilito di condannare Mamur e Zar Jan, entrambi di etnia Pashtun, che hanno ascoltato la sentenza in videoconferenza. La sentenza emessa dalla Corte prevede anche che gli imputati risarciscano con 250 mila euro ciascuno Rcs e i familiari della vittima.

In passato per la stessa vicenda è stato assolto per dubbi sull'identificazione Jan Mar, mentre furono prosciolti per insufficienza di prove Fedai Mohammed Taher e Jan Miwa.

Il legale ha voluto ringraziare la Digos, la Procura di Roma, i servizi segreti afghani e l'ambasciata italiana a Kabul senza i quali questa sentenza non sarebbe stata possibile. Si trovava a bordo di un convoglio con gli altri tre colleghi quando furono attaccati e uccisi da uomini armati a 90 chilometri da Kabul.

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Non esiste ancora una conferma ufficiale riguardo l'inserimento dei due piloti al posto di Ericsson e di Wehrlein , il quale ha mostrato grandi abilità.

L'avvocato Paola Tullier, legale della famiglia Cutuli, ha commentato con i giornalisti la sentenza.

La difesa: ricorso in appello dopo le motivazioni "Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza". È il commento dell'avvocato Valentina Bevilacqua, legale di Mamur, uno degli imputati condannati per la morte di Maria Grazia Cutuli. "Certo è che i profili di diritto e di fatto da approfondire sono tantissimi". Mamur e Zar Jan, identificati come figlio di Golfeiz e di Habib Khan, hanno risposto dell'accusa di concorso nell'omicidio per motivi politici della giornalista e di concorso in rapina, per essersi impossessati di una radio, di un computer e di una macchina fotografica che l'inviata del Corriere della sera aveva con lei.

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