Donald Trump: "Ambasciata a Gerusalemme". Erdogan minaccia, il Medio Oriente esplode

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Secondo quanto reso noto dai media statunitensi, Trump potrebbe annunciare nei prossimi giorni il riconoscimento da parte degli Usa di Gerusalemme come capitale di Israele, il che ha suscitato grande preoccupazione nella comunità internazionale. Tale riconoscimento rappresenta "una linea rossa per i musulmani", ha detto Erdogan. Una legge approvata dal Congresso nel 1995 obbliga gli Stati Uniti a riconoscere Gerusalemme come unica capitale di Israele e a spostare da Tel Aviv l'ambasciata americana, ma concede ai presidenti la facoltà di rinviare questa decisione ogni sei mesi, spiegando perché spostare l'ambasciata danneggerebbe gli interessi americani.

Immediata è stata la risposta dello Stato ebraico. Il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso a Trump in una conversazione telefonica la "sua preoccupazione sull'eventualità", ricordandogli, riferisce l'Eliseo, "che la questione dello status di Gerusalemme dovrà essere regolata nel quadro dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi". E se gli islamisti palestinesi di Hamas hanno minacciato una "nuova intifada", il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha sottolineato che "c'è un'opportunità storica per riparare un'ingiustizia".

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Mi auguro che Facebook chiuda al più presto questa pagina e che le autorità competenti risalgano agli autori del post". Ricordi di un sanguinario passato terroristico sono da condannare con forza.

La questione, ha proseguito Shoukry, va gestita "con la saggezza necessaria".

La Lega Araba ha fatto sentire ieri sera la propria voce attraverso le parole di Ahmed Abul Gheit, capo della Lega Araba, il quale parlando con i giornalisti al Cairo ha detto che "è un peccato che il Presidente Trump porti avanti questa idea senza alcun riguardo per i pericoli che comporta per la stabilità del Medio Oriente". "Una soluzione al problema di Gerusalemme si può trovare solo nelle trattative dirette tra le due parti". I presidenti Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama hanno firmato questa deroga, con regolarità, ogni sei mesi. Anche Donald Trump, il primo giugno scorso, ha seguito - a malincuore - l'esempio dei suoi predecessori, contravvenendo alle promesse fatte in campagna elettorale.

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