Al Lido il Van Gogh di Dafoe e l'Armadillo di Zerocalcare

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La Fondazione Mimmo Rotella, nella persona di Aghnessa Rotella, figlia di Rotella e Presidente della Fondazione a lui dedicata, insieme al Direttore Artistico del premio, Gianvito Casadonte, hanno assegnato come ogni anno il prestigioso riconoscimento che consiste in un'opera del Maestro del collage, e che è inserito tra gli eventi collaterali della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ad un personaggio che, nel corso della carriera, si è distinto come grande artista, lasciando un segno indelebile del proprio percorso, così come Rotella con la sua arte.

Un po' più debole è la sceneggiatura, che si trova sacrificata rispetto a una costruzione di alto livello artistico: se in questo film cercassimo una storia, potrebbe essere riassunta in meno di una riga. "L'unico modo di descrivere un'opera d'arte è fare un'opera d'arte" - descrive così la sua pellicola il regista, anch'egli pittore. Proprio come avanguardista era l'animo del pittore stesso. "Il Premio Fondazione Mimmo Rotella si conferma un'istituzione sensibile al linguaggio cinematografico, soprattutto quello che sa esprimere una sapienza e una sensibilità tipiche dell'arte vera, come piaceva a mio padre". Le due scene probabilmente migliori sono entrambe riferibili a questi vissuti, quella in cui Theo va a trovare il fratello in ospedale, e si sdraia nel letto accanto a lui, e quella in cui Gaugin gli comunica che deve allontanarsi e la sua reazione (quella che poi ha portato alla crisi esitata nel noto taglio dell'orecchio). "Questa è stata la chiave che mi ha permesso davvero di capire Vincent Van Gogh".

"Trovo gioia nel dolore, il dolore è più forte di una risata".

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La prova? Entrambi, in contemporanea, hanno eliminato dai rispettivi profili Instagram ogni riferimento alle loro agenzie. Questa non è una vera e propria conferma, ma di certo avvicina i due ragazzi verso la trasmissione di Canale 5 .

"C'è qualcosa di strano in me, mi dicono che di notte grido da solo, faccio delle cose, che a volte piango".

Vincent Van Gogh è passato alla storia come un pittore maledetto e cupo, depresso e spinto al suicidio. Mi dichiaro pittore perché dipingo.

Dio, la trascendenza, il rapporto tra sé stesso e una natura che lo avvolge e compenetra fino all'ultimo brandello della sua anima, il senso della pittura e della sua esistenza in relazione ad essa, le crepe dentro una mente geniale e allo stesso tempo fragilissima...At Eternity's Gate è tutto questo, quasi un quadro in movimento. Quando l'amico Gaugin cercava di dargli dei consigli dicendogli che dipingeva troppo velocemente, che il suo tratto era troppo grossolano, di controllarlo, egli gli rispondeva che non voleva controllarsi, né calmarsi, che il tocco doveva essere rapido, che più dipingeva velocemente, più si sentiva bene. Schnabel inizia raccontando le premesse dalle quali si muove il suo lavoro, sottolineando che non si tratta di una biografia a carattere "scientifico" sul pittore olandese, bensì di un'opera maggiormente fondata su un approccio sensoriale: "Tutti pensano di sapere tutto su van Gogh, quindi all'inizio sembrava inutile farne un film (e questa è la premessa iniziale)". Un bel viaggio, che conferma la sensibilità di Schnabel dopo Basquiat e lo struggente Lo scafandro e la farfalla.

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